Je so’ pazzo: quando un concorso musicale smette di premiare la musica
Sono appena rientrato da Roma dopo aver partecipato alla semifinale nazionale di Je so’ pazzo.
Non scrivo questo articolo perché non sono passato in finale. Chi mi conosce sa che non ho mai vissuto i concorsi come una questione di classifiche. Se una persona canta meglio di me e/o è più convincente, le stringo la mano e le faccio i complimenti. Io ho sempre qualcosa da imparare.
Scrivo queste righe perché ritengo doveroso raccontare un’esperienza organizzativa che, personalmente, mi ha profondamente deluso.
Un soggiorno obbligatorio che non ho condiviso
Per poter partecipare alla semifinale ho dovuto prenotare obbligatoriamente il soggiorno in una delle strutture convenzionate indicate dall’organizzazione.
Non importa se avessi avuto parenti a Roma.
Non importa se fossi arrivato con un camper.
Non importa se avessi trovato una sistemazione alternativa.
Per partecipare era necessario alloggiare in una delle strutture convenzionate.
La prima notte, nel mio caso, è servita esclusivamente per arrivare, registrarmi alla reception, ritirare il braccialetto identificativo, saldare il soggiorno e andare a dormire.
La mia esibizione era prevista il giorno successivo.
Mi chiedo ancora oggi perché non fosse possibile effettuare la registrazione la mattina stessa della gara, evitando ai concorrenti una notte di albergo completamente superflua.
La questione accompagnatori
C’è un altro aspetto che mi ha lasciato sinceramente perplesso.
La quota alberghiera richiesta agli accompagnatori era la stessa prevista per i concorrenti, con la differenza che il concorrente partecipa alle selezioni, alle masterclass e utilizza i servizi dell’evento; l’accompagnatore, invece, è semplicemente un ospite.
Nel mio caso la situazione era ancora più curiosa: mi è stata assegnata una camera con tre letti e io ero da solo.
Se fosse venuta con me mia moglie Liuba, avrebbe dovuto pagare altri 70 euro a notte semplicemente per occupare uno dei letti già presenti nella stessa stanza.
Francamente faccio fatica a comprenderne la logica.
A questo si aggiunge il fatto che le navette, comprese nella quota, prevedevano orari che ho trovato poco pratici e scarsamente adatti alle reali esigenze dei partecipanti.
Anche questo, nel complesso, ha contribuito a lasciarmi la sensazione che l’aspetto economico e logistico fosse stato considerato prioritario rispetto all’esperienza dei concorrenti e dei loro accompagnatori.
Quante notti prenotare? Nessuno lo sa.
Un altro aspetto che considero poco rispettoso verso chi partecipa riguarda la durata del soggiorno.
Quando prenoti non sai se verrai eliminato oppure se accederai alla finale.
Se prenoti troppe notti rischi di pagarne alcune inutilmente.
Se ne prenoti troppo poche rischi di non trovare più disponibilità qualora venissi ammesso alla fase successiva.
È un’organizzazione che scarica completamente sul concorrente il rischio economico.
La mia esibizione
Ho cantato nel primo pomeriggio, con un caldo soffocante.
Davanti al palco non c’era pubblico: le poche persone che mi ascoltavano avevano trovato rifugio sotto agli alberi a una trentina di metri dal palco.
Ma la cosa che più mi ha colpito è stata un’altra.
Durante la mia esibizione avevo davanti a me tre giudici, sotto a un gazebo davanti al palco. Ho avuto la netta percezione che parte della giuria fosse impegnata in altro: due parlavano tra loro, il terzo utilizzava il telefono.
Questa è stata la mia esperienza personale.
Ed è una sensazione che, per un artista che investe tempo, denaro, studio e chilometri per arrivare fino a una semifinale nazionale, pesa molto più di un’eliminazione.
Una giuria che cambia nella stessa categoria
Un altro elemento che mi ha lasciato perplesso è il cambio di un componente della giuria durante lo svolgimento della stessa categoria.
Chi ha cantato nel pomeriggio è stato valutato da una composizione diversa rispetto a chi si è esibito la sera.
Non metto in discussione la professionalità dei singoli giudici.
Mi chiedo semplicemente come si possa garantire un criterio di valutazione il più possibile uniforme quando cambiano le persone chiamate a giudicare concorrenti della stessa categoria.
Tornerei?
Musicalmente sono soddisfatto della mia esibizione, e anche del service, del palco e di quel meraviglioso impianto sonoro.
Ho portato “Celeste nostalgia” di Riccardo Cocciante nella tonalità originale e sono sceso dal palco contento di quello che avevo fatto.
Da questo punto di vista non cambierei nulla.
Se invece mi chiedessero oggi se consiglierei ad altri artisti di partecipare a Je so’ pazzo, la mia risposta sarebbe assolutamente no.
Non per il risultato. Ognuno ha diritto alla propria opinione (così come io alla mia).
Lo sconsiglierei con forza a causa di un’organizzazione che, nella mia esperienza personale, ha dato molta più importanza agli aspetti logistici ed economici che alla serenità dei concorrenti e alla qualità dell’esperienza artistica.
È il mio racconto.
Ed è giusto che chi deciderà di iscriversi in futuro possa conoscere anche questo punto di vista.
Tengo a precisare che questo articolo non nasce dall’eliminazione. Nasce dal fatto che, se anche fossi stato ammesso alla finale, avrei scritto esattamente le stesse cose. Perché ciò che contesto non è il giudizio artistico, ma il modo in cui, a mio avviso, è stata gestita l’esperienza dei concorrenti.


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